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IL RESPIRO DEL TRATTO – Alfonso Guizzardi

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IL RESPIRO DEL TRATTO,

modalità respiratorie e tratti caratteriali

Dott. Alfonso Guizzardi

Concetti fondamentali

Per poter trovare una correlazione tra la modalità respiratoria adottata da un soggetto e il/i proprio/i tratti caratteriali occorre necessariamente e sinteticamente accennare ad alcuni concetti fondamentali della psicoanalisi a mediazione corporea.

Innanzi a tutto occorre tenere ben presente che il processo dello sviluppo dell’essere umano si realizza lungo un percorso segnato da fasi evolutive (vita intrauterina, allattamento, esplorazione del mondo  attraverso il gattonamento e i primi passi, scolarizzazione, pubertà) e momenti di passaggio tra le fasi (nascita, svezzamento, controllo sfinterico, approccio con la scuola, le amicizie, gli amori), il tutto ovviamente in relazione al mondo circostante. Ad esempio è ben diverso avere una vita intrauterina tranquilla segnata dalla gioiosa attesa di una nascita voluta e desiderata in un ambiente sereno, caldo e accogliente, piuttosto che una vita intrauterina segnata dalla morte di un familiare, come un fratello della madre. E ancora, è molto diverso avere un periodo di allattamento al seno, abbondante, di qualità, lungo anche un anno e più, piuttosto che uno svezzamento al primo mese o un periodo di allattamento segnato dall’ansia della madre di “riempiere” il piccolo a prescindere dall’effettiva richiesta del bambino.

Un secondo concetto fondamentale è che, se assumessimo come punto di osservazione della storia del soggetto un’ottica sistemico-relazionale, potremmo parlare delle fasi evolutive umane come di un processo che si realizza attraverso l’interazione fra campi energetici con chi/cosa in quel momento rappresenta il mondo, ovvero l’Altro da Sé: un 1° campo madre (utero e seno), un 2° campo famiglia (padre e complesso di Edipo/Elettra, fratelli e sorelle, caregiven in generale) e un 3° campo sociale (compagni di scuola, fidanzatini, partner); questi campi esprimono, ovviamente, in momenti diversi la loro prevalenza secondo le necessità dello sviluppo biologico e psicoaffettivo del bambino, adolescente, adulto.

Un terzo concetto fondamentale è che per Wilheim Reich[i] il carattere è la struttura tipica dell’individuo che costituisce il suo modo di agire e reagire stereotipato di fronte alle molteplici situazioni della vita, ovvero quella modalità, sclerotizzata, di relazione agli eventi delle vita, del mondo della relazione con l’Altro da Sé: è dunque la somma delle influenze del mondo sociale sulla vita pulsionale dell’individuo.

Un carattere che si manifesta tanto nel comportamento del soggetto quanto nel suo corpo e che in un qualche modo ha una funzione autopoietica: mantenere, preservare lo stato di fatto, ossia se stesso il più possibile.

Reich aveva notato che i pazienti reagivano anche con il corpo al lavoro psicoanalitico, ovvero producevano tensioni, sospendevano il respiro, sudavano e talvolta avevano abreazioni emotive accompagnate da una sorta di scossa elettrica, piccole convulsioni e poi grande rilassatezza e proprio per questo egli fu il primo a portare il corpo in terapia, ma anche la terapia nel corpo del paziente: proponeva di modificare la respirazione, massaggiava il torace o il collo, faceva aprire loro la bocca o emettere grida. Un approccio che poi battezzò vegetoterapia proprio perché si tratta di stimoli molto forti che, oltre ad avere una valenza diagnostica per lo psicoanalista, costituiscono un nuovo e più funzionale imprinting per la persona e fungono anche da stimolo per portare in superficie materiale inconscio.

Il diaframma e le emozioni

Una respirazione profonda e regolare determina una maggior carica energetica dell’organismo e un’intensità maggiore delle emozioni, mentre, al contrario, uno stato di inspirazione cronica comporta una riduzione della carica energetica e conseguentemente una minore intensità delle emozioni stesse.

Il diaframma è un muscolo grande, a forma di cupola, che attraversa il corpo a livello della vita, dividendo la metà superiore da quella inferiore, e che presenta dei fori per il passaggio dell’esofago, delle vene, delle arterie, ecc. sopra di esso ci sono il cuore e i polmoni, mentre sotto vi sono lo stomaco, l’intestino, il fegato, il pancreas, i reni.

Noi respiriamo principalmente con il diaframma, o almeno così dovremmo fare se utilizzassimo correttamente il nostro corpo: infatti se il diaframma è mobile si contrae ad ogni inspirazione, cosicché il suo rigonfiamento cupoliforme si espande, appiattendosi superiormente, e ciò aumenta lo spazio nella cavità toracica e, di conseguenza, permette ai polmoni di espandersi nello spazio semivuoto mentre aspirano aria, ma, non appena il diaframma si rilassa, si allarga nuovamente verso l’alto spingendo decisamente l’aria fuori dai polmoni. I muscoli della gabbia toracica, le spalle, e così via, possono però “impedirci” di respirare quando sono troppo tesi, anche se il ruolo che svolgono nel processo di respirazione è secondario rispetto a quello di questo grande e potente telo muscolare poiché, in realtà, non devono fare altro che farsi da parte e rilassarsi.

È il diaframma dunque che per primo si tende e si irrigidisce nei bimbi infelici, interrompendo il fluire spontaneo e naturale del respiro quando vedono ciò che non avrebbero voluto vedere o sentono ciò che non avrebbero voluto sentire. Purtroppo spesso gli adulti non danno un adeguato valore ad eventi o emozioni che coinvolgono i più piccoli: “Tanto, è piccolo!” pensano. Ma proprio come un alberello viene a modellarsi dall’ambiente in cui si trova, così anche un bimbo si adegua, con tutta la plasticità di cui è capace, con la soluzione, anche psicofisiologica, che, in quel momento, gli sembra la più adatta. Così questo segmento accumula in sé l’intollerabile terrore originario che ci ha fatto separare dalla nostra stessa energia:  la sensazione che a molti di noi è nota come “agitazione di stomaco”. Semplificando al massimo potremmo dire che tendere il diaframma, e conseguentemente sospendere o ridurre il nostro respiro, sia un po’ come un’anestesia emotiva a cui ricorriamo quando il dolore emotivo è valutato troppo forte, lancinante, insostenibile.

Spesso si ha una sensazione molto intensa, che viene definita come uno “sprofondare” oppure come un “tuffo” allo stomaco. Questa è una descrizione  molto accurata del movimento repentino che avviene al confine tra la parte superiore e quella inferiore del nostro mondo interno. La sensazione di sprofondare corrisponde al cadere dentro noi stessi, ovvero nel regno dei sentimenti viscerali, dove le emozioni e le sensazioni sono molto meno traducibili razionalmente di quelle che invece arrivano dalla testa e dalla parte superiore del corpo.

Più il diaframma è teso, maggiore sarà la separazione totale tra testa e ventre, tra ragione e istinto, tra conscio e inconscio, tra “cielo” e “inferi”.

Il diaframma è trasformato in un “pavimento” e quando questo inizia a cedere, allorché il lavoro psicocorporeo permette al diaframma di tornare a essere mobile, può essere profondamente disturbante per il soggetto: chi ha il diaframma teso, molto spesso respira con il torace o con la pancia; oppure, se entrambi si muovono, non lo fanno in sincronia, cosicché la pancia può addirittura incavarsi mentre il torace si espande e viceversa.

Il diaframma spesso trattiene la rabbia omicida oltre alla paura: una rabbia cieca, totale, che può diventare furia, contro la repressione originaria che rende il respiro corazzato e che spesso può essere localizzata ai lati  e dietro il segmento vita, dove il diaframma si ancora alle ossa; alcuni chiamano questi muscoli laterali i “muscoli del rancore”. La tensione nella parte bassa della schiena, classico problema di questi tempi,  può spesso essere in relazione con il diaframma bloccato e con i conflitti tra le necessità quotidiane ed i sentimenti più “alti” e quelli più “bassi”, soprattutto quelli che riguardano il bacino, ossia il livello genito-oculare, la propria adolescenza.

Così un problema fondamentale del diaframma è quello del “controllo”. I problemi in quest’area solitamente sorgono dalla lotta per “controllarsi”, secondo un insegnamento fondamentale ed impossibile, che la nostra cultura impartisce ai suoi figli mentre la nostra natura richiede spontaneità.

Il tentativo di essere padroni di se stessi coinvolge notevolmente il diaframma. Solo pochi possono controllare il proprio battito cardiaco, ma tutti noi possiamo controllare il respiro anche, se facendolo abitualmente ci rechiamo un grosso danno, nonostante la capacità di essere consapevoli del proprio respiro,  di cavalcare dolcemente le sue onde, sia profondamente benefica per la nostra salute e per il nostro equilibrio psicofisico: quando il diaframma è libero e mobile, siamo aperti a raccogliere spontaneamente ciò che risiede nel “profondo”, siamo aperti cioè al nostro pensiero “viscerale”, alle nostre emozioni e alla vitalità che esse raccontano.

Respiro e tratto caratteriale.

Se ci poniamo lo scopo di trovare una relazione tra la modalità respiratoria e i tratti caratteriali potremmo quindi notare che esistono varie macrotipologie di respirazione.

  1. La respirazione muscolare o toracica, caratterizzata da una rigidità della parte superiore del dorso e del collo, come se la persona si stesse continuamente trattenendo, con una tendenza verso la iperespansione del torace: la persona non vuole lasciar uscire nulla di pregiudizievole, come ad esempio potrebbe essere un’emozione: costoro hanno un ritmo rigido e costante del respiro che riesce, proprio per questo, ad essere dissociato dai sentimenti sottostanti. Reich mette in evidenza che il militarismo ricorre costantemente a questo tipo di corazza muscolare inducendola nei soldati: pancia in dentro, spalle indietro e petto in fuori; infatti è presente nel tratto rigido e coatto/fallico. Ciò comporta anche fisicamente una serie di problematiche legate alla salute: una tendenza all’aumento della pressione del sangue, a palpitazioni e ansia, e, in alcuni casi gravi, con il perdurare di tale situazione, anche all’ingrossamento del cuore.

 

  1. La respirazione intestinale, che si ha quando la parete intestinale funziona in modo anormale: invece di rilassarsi ed espandersi durante l’inspirazione, essa s’indurisce formando una massa compatta. L’espirazione può sciogliere questa contrazione solo in parte; perciò questa massa rimane. Tale caratteristica è tipica dell’individuo masochista che tenta di eliminare sensazioni intestinali dolorose comprimendo l’addome e, invece, paradossalmente riproduce il dolore ristabilendo la forte tensione muscolare. I pazienti con questa modalità respiratoria e tratto caratteriale spesso lamentano un’insopportabile “pressione” allo stomaco o la presenza di una sorta di “cintura” che li stringe mentre in altri invece c’è una particolare sensibilità in alcuni punti della pancia che diventano dolenti o sensibili al tatto; ma tutti hanno una inspiegabile paura di ricevere un colpo all’addome. Scrive Lowen, allievo di Reich e fondatore della bioenergetica, che può essere definita anche come respirazione paradossale, perché i movimenti del torace e dell’addome  sono contrapposti anziché  essere armonici e coerenti: il torace sale mentre l’addome scende e viceversa. Si potrebbe anche evidenziare come il modello energetico viene trasferito dal sistema intestinale al sistema respiratorio in quanto la si nota in individui che esposti a situazioni talmente nauseanti da far loro desiderare di vomitare (il veleno della paranoia) o in individui esposti a situazioni di umiliazione anale e di disgusto per il contenuto intestinale (il pantano del masochismo).

 

  1. Respirazione come suzione invece si ha in persone con una struttura caratteriale opposta rispetto al rigido/coatto/fallico che, abbiamo visto più sopra, adotta una respirazione toracica o muscolare. Il torace e l’addome in questo tipo di respirazione sono sgonfi anziché tronfi: pare non esservi tensione muscolare nella parte anteriore del corpo; lo sgonfiamento della struttura corporea orale e delle caratteristiche del carattere che, Lowen ha così ben descritto, si rileva in questa modalità respiratoria: l’individuo non sembra aver un timore nei confronti dell’aria che entra nei suoi polmoni, piuttosto manifesta un atteggiamento appreso che deriva dai movimenti della suzione: è deluso e insoddisfatto non solo per la mancanza o qualità di cibo ma anche di aria. L’impressione di non riuscire, nemmeno con gli sforzi più intensi, a raggiungere un soddisfacimento nella suzione (il flusso e la qualità di latte materno era indipendente dalla volontà del bambino), viene trasferita alla respirazione e la persona spesso manifesta fame d’aria, teme di ingoiarla e di succhiarla.

 

  1. La respirazione uterina indica che la persona fa movimenti respiratori impercettibili come se temesse di sentire i suoi stessi suoni e movimenti. Questa caratteristica si adatta alla struttura caratteriale dello schizoide (e di tratti a bassa densità energetica come il borderline) basata sul convincimento di non aver diritto di esistere. In altri termini c’è un’inibizione dei movimenti respiratori verso il mondo e questi movimenti sono sostituiti da un’inibizione globale che richiama l’immobilità del feto. Si ritiene che frenare i movimenti respiratori in modo così continuo indichi un timore di far entrare dentro di sé “l’altro” (il mondo) attraverso la respirazione e un desiderio di ritornare al tranquillo mondo dell’utero. Reich ha descritto questa modalità respiratoria riferendosi a un paziente schizofrenico da lui trattato, dal respiro leggero ed impercettibile come di qualcuno riluttante o incapace a nascere, mentre la respirazione profonda può far nascere in questi soggetti (schizoidi) la sensazione di morire per annegamento.

 

Concluderei con un inno al respiro e un invito a godersi un pieno contatto con il proprio mondo emotivo onorando una frase del Dalai Lama: “Solo se i nostri pensieri, le nostre azioni e le nostre emozioni vanno tutte nella stessa direzione noi siamo felici”.

[i] Wilheim Reich, nato in Galizia nel 1897, allievo di Freud, psicoanalista lui stesso, fondò la terapia a mediazione corporea e la vegetoterapia in cui si lavora direttamente sul sistema neurovegetativo. Suoi allievi furono Lowen, Pierrakos e Raknes. Emigrato negli Stati Uniti, si dedicò allo studio di un’energia chiamata Orgonica presente in tutto il vivente. Visse una vita geniale ma estremamente travagliata, di profonda frustrazione e conflitto rispetto all’autorità e morì, in carcere, nel 1957.

 




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