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NEURONI SPECCHIO, ARTE E CINEMA*

NEURONI SPECCHIO, ARTE E CINEMA*

di Alfonso Guizzardi

   Il paradigma speculativo offerto dalla teoria dei neuroni specchio ha dato adito a discussioni e nuove ipotesi in campi apparentemente lontani fra loro, ma che in realtà hanno in comune l’intersoggettività, le relazioni fra individuo e individuo, le relazioni dell’individuo nel suo ambiente sociale, il continuo rimodellamento del senso di identità che ciascuno di noi va plasmando durante il corso della vita facendo esperienza dei rapporti con i propri simili e delle manifestazioni artistiche prodotte dall’uomo.

Ciascuno di noi presenta delle reazioni psico-fisiche non solo quando si pone in relazione ad altri soggetti ma anche quando osserva o crea dipinti, sculture, film in cui sono rappresentati determinati gesti espressivi o espresse emozioni. Lo storico dell’arte David Freedberg (2009), docente alla Columbia University, ha avviato una ricerca sul nesso fra immagine, movimento ed empatia invitando artisti e neuroscienziati a contribuire alla disciplina filosofica che si occupa delle nostre reazioni quando facciamo esperienza dell’arte.

Le ricerche di Rizzolatti (2006) e colleghi hanno evidenziato come la nostra attività neuronale nelle regioni frontale premotoria e parietale inferiore, nel momento in cui osserviamo un individuo fare una determinata azione, sia identica all’attività neuronale necessaria per svolgere quella determinata azione, ossia in un soggetto, che osserva un altro individuo che esegue un’azione, si attivano i neuroni delle stesse aree, in maniera speculare (a specchio appunto) a quelle attivate dal soggetto che compie l’azione realmente. Queste aree cerebrali erano considerate importanti per la pianificazione temporale e la coerenza intenzionale dei movimenti, quindi prive di funzioni cognitive.

Il sistema dei neuroni specchio scoperto in queste aree consente di comprendere immediatamente il significato delle azioni altrui e perfino l’intenzionalità, attivandosi anche quando l’azione è solamente mimata. La comprensione dell’atto motorio non implica però la consapevolezza da parte dell’osservatore, quanto piuttosto il riconoscimento di quell’azione e la possibilità di averne una rappresentazione motoria interna da mettere in relazione con la conoscenza del proprio sistema motorio (Iacobini, 2008).

In uno studio effettuato per valutare i neuroni mirror (specchio) in chi osservava danzatori professionisti per balli di diverso genere si dimostrava un’attivazione cerebrale differente in relazione al tipo di ballo praticato e quindi alla competenza motoria specifica abituale degli osservatori.
Se ne ricava l’impressione di un’esperienza immediata e coinvolgente dello spettatore senza necessità di un’elaborazione intellettiva.

Un tipo particolare di neuroni specchio studiato nei primati si attiva sia quando l’osservatore vede compiere un’azione che produce rumore, sia quando sente il rumore previsto per quell’azione senza vedere l’azione corrispondente (neuroni audio-visivi). Le azioni eseguite o solamente mimate da un attore in un video- clip, e perfino solo il rumore corrispondente a una determinata azione, determina, negli spettatori del video-clip, un’attivazione dei neuroni specchio presenti anche nell’area di Broca, area deputata all’espressione verbale.Antonio Canova. Amore e Psiche (particolare) Antonio Canova “Amore e Psiche” (particolare). Allo stesso modo un sistema di neuroni specchio autonomo sarebbe attivato nella corteccia insulare dal riconoscimento di un’emozione altrui (disgusto, dolore) come se fossimo noi stessi a provare quella medesima emozione.

     È importante ribadire che il riconoscimento dello stato emotivo altrui è immediato e automatico.
La comprensione immediata delle emozioni e delle passioni degli altri, oltre che delle azioni, dei suoni e delle luci è il meccanismo che soggiace a qualsiasi messa in scena teatrale o cinematografica. La condivisione di una medesima situazione drammatica in uno stesso ambito spazio-temporale immaginario fra spettatori e attori rende partecipe gli spettatori dell’evento in corso, lasciando a ciascuno il modo migliore di esprimere dentro di sé la propria fantasia e di darne la propria interpretazione.

La capacità del nostro cervello di risuonare alle emozioni degli altri fornisce anche il substrato neurale del comportamento empatico, che non solo è alla base delle relazioni interpersonali, ma che è un requisito utile e fondamentale nell’esercizio della consulenza e dell’assistenza medica e psicologica.

     Le relazioni sociali sono determinate, prima che dall’intelletto, dalla capacità corporea di risuonare con gli altri. La cultura, intesa in antropologia come l’abilità di osservare e apprendere capacità inventate da altri consimili (apprendimento sociale), sembra favorire le prestazioni intellettuali individuali e sembra innescare la progressiva evoluzione dell’intelligenza di una specie. Le arti e la cultura sono in grado di far vivere meglio l’individuo inserito nel suo ambiente sociale e, in un arco temporale molto più lungo, sono in grado di dare una spinta propulsiva all’evoluzione delle nostre menti.

Secondo l’antropologo C.P. Van Schaik (2004) la cultura può arrivare a costruire una mente nuova da un cervello vecchio, se consideriamo che anatomicamente esso è rimasto lo stesso dall’età della pietra. La comprensione immediata e automatica di quel che l’altro sta facendo e del tipo di emozione provata dall’altro diviene essenziale nel valutare l’impatto che le rappresentazioni artistiche hanno su di noi e nel nostro porci di fronte agli altri. Comprendiamo le situazioni che l’arte ci propone perché i neuroni specchio del nostro cervello, alla vista delle azioni e delle emozioni rappresentate, si attivano come se fossimo noi stessi a viverle.

L’arte ha un linguaggio speciale, distinto dal linguaggio comune e dal linguaggio scientifico, costituito non soltanto da parole ma dalla formazione e dall’uso di svariati simboli.
Le opere artistiche ci parlano oltre che con le parole anche attraverso le forme, i colori, i suoni, i volumi, le masse, i movimenti, le variazioni di luce, le espressioni del volto.
Esse ci forniscono una rappresentazione della realtà, intesa come situazioni, stati d’animo, sentimenti, emozioni, filtrata attraverso la visione soggettiva e libera dell’autore.

I simboli dell’attività artistica possono essere variati nel loro significato ad libitum ed essere così presentati in maniera libera dall’artista, che però necessita di un canale preferenziale di comunicazione per farsi riconoscere attraverso una tecnica narrativa e uno stile suo proprio.
Questo scopo può essere raggiunto con la ripetizione dei nessi simbolici e con la ricorrenza di atteggiamenti esplicativi che permettano allo spettatore di afferrare il significato del simbolo e collegarlo alla realtà che lo circonda. Il cinema in particolare per gli alti costi di produzione necessita di coinvolgere lo spettatore in maniera globale e ha adottato tecniche e stili di comunicazione che iniziano a essere compresi anche da un punto di vista neurofisiologico.

     Il sistema dei neuroni specchio risulta fondamentale nel riconoscimento che il personaggio principale è una persona come noi (consonanza intenzionale) e nella comprensione delle sue emozioni come fossero le nostre (empatia), ponendoci all’interno di quello che Gallese denomina spazio di senso interpersonale condiviso (Gallese, Guerra, 2015).
Hatcher, un famoso sceneggiatore, afferma che il teatro ha luogo in quello spazio fra il palcoscenico e il pubblico costituito dalla mente, dai sensi e dall’immaginazione e Grossman sosteneva che, nel teatro della vita, noi recitiamo il ruolo e il personaggio che crediamo gli altri si aspettano che noi portiamo in scena, anche se poi, con noi ha poco a che vedere.

La comprensione delle emozioni può avvenire attraverso due meccanismi neurobiologici mutuamente esclusivi: uno rappresentato da questo sistema di simulazione esperienziale che pone l’individuo in grado di avere una potente e veloce risposta neurosensoriale, l’altro mediante una più lenta ed esplicita elaborazione cognitiva degli aspetti percettivi in cui i neuroni specchio hanno un ruolo ancora da dimostrare.
     Il cinema è un’opportunità di intervento autogestibile per simulare la realizzazione dei nostri obiettivi e per individuare strategie utili a superare gli ostacoli che si frappongono alla loro realizzazione. Da un lato ci consente di imparare da un’esperienza vissuta in terza persona, d’altro lato possiamo riconoscerci e rispecchiarci in una determinata situazione drammatica o in un personaggio che ha colpito la nostra attenzione. In ambito medico psicologico risulta uno strumento utile più in ambito diagnostico che terapeutico. Ci sono però alcuni aspetti da sottolineare che tutti abbiamo provato almeno una volta nella nostra esperienza filmografica: una sensazione di distacco dai problemi quotidiani e talora, in casi eccezionali, esplosioni di riso o di pianto che ci aprono al confronto con noi stessi.

 

 

Le prospettive della ricerca

Il meccanismo della comprensione di azioni compiute dagli altri è stato estremamente utile per ampliare il campo di indagine. Gli stessi scopritori dei neuroni specchio hanno dichiarato che proprio la comprensione delle loro caratteristiche di attivazione diretta e pre-riflessiva determina intorno agli individui l’esistenza di uno spazio d’azione condiviso da altri individui, per cui si originano forme di interazione sempre più elaborate. In campo evolutivo evidentemente la formazione di questa capacità di interazione è avvenuta contemporaneamente all’interno dell’organismo biologico come al suo esterno, e questo ci aiuterebbe a capire dove indirizzare le ricerche future, dato che proprio le interazioni si basano su sistemi di neuroni specchio sempre più complessi, articolati e differenziati, come si vede man mano che li si studia.

La capacità di parti del cervello umano di attivarsi alla percezione delle emozioni altrui, espresse con moti del volto, gesti e suoni; la capacità di codificare istantaneamente questa percezione in termini viscero-motori, rende ogni individuo in grado di agire in base a un meccanismo neurale per ottenere quella che gli scopritori chiamano partecipazione empatica. Dunque un comportamento bio-sociale, ad un livello che precede la comunicazione linguistica, il quale caratterizza e soprattutto orienta le relazioni inter-individuali, che sono poi alla base dell’intero comportamento sociale.

Per la verità sembra che questo sia l’indirizzo preminente della Scuola italiana degli scopritori, mentre la ricerca anglosassone – a parte alcune eccezioni – si dà prospettive più variegate e, in genere, tecniche.
Comunque sia, gli ultimi esperimenti hanno confermato che di fronte al comportamento dei soggetti, i neuroni specchio hanno manifestato la loro presenza in aree del cervello più ampie di quelle intraviste all’inizio. Di volta in volta hanno presentato un’architettura e un’organizzazione cellulare diverse, semplice o sofisticata a seconda dei fenomeni emotivi che provocavano la reazione neurale.

Perciò, se lo studio precedente del sistema motorio aveva portato la ricerca a plafonarsi nell’analisi neurofisiologica dei movimenti più che dei comportamenti, individuando semplicemente i circuiti neurali preposti al nostro rapporto con le cose, la scoperta dei neuroni specchio e lo studio della loro natura profonda ci permette di fare un salto nella conoscenza del cervello, di gettare le basi unitarie per indagare sui processi neurali responsabili dei rapporti fra le persone. In pratica si sta scoprendo il complesso meccanismo biologico alla base del comportamento sociale degli uomini.

Un esempio a questo riguardo ci mostra l’importanza di certe abitudini sociali: sorridere sempre, essere gentili, rispondere e trattare in modo cordiale sono imperativi che hanno guidato e guidano la nostra cultura della vendita da moltissimi anni. Ancora oggi si tengono corsi di formazione nei quali si impone di sorridere sempre. E il perché di questa indicazione è comprensibile dal momento che i neuroni specchio ci dimostrano che il sorriso è contagioso, quindi, se volete fare sorridere gli altri, dovete sorridere anche voi. Detta così suona un po’ male, perché già per il fatto di dover sorridere, le persone sono indotte a farsi tante domande (ad esempio “e se non avessi motivi per sorridere?”). Infatti, se prima non si è intrapreso un accurato percorso di motivazione, il risultato potrebbe essere il famigerato sorriso falso, il quale ha una caratteristica eccezionale: si coglie, si individua, si cataloga pressoché immediatamente, sempre in virtù delle capacità dei neuroni specchio.

Altro aspetto interessante, che ci fa notare ancora una volta la nostra responsabilità sociale a livello biologico, sulla base dei neuroni specchio, è che quando esprimiamo uno stato d’animo negativo modifichiamo anche l’umore e le percezioni di tutti coloro che vengono in contatto con noi e si predispongono ad imitarci in modo automatico. E questo non è per niente utile, lo possiamo intuire. Si tratta quasi di un fatto igienico: tutti comprendiamo che emanare un cattivo odore non è igienico, e scorretto nei confronti di chi ci sta intorno. Allo stesso modo, esprimere uno stato d’animo negativo è altrettanto scorretto, semplicemente ad un piano diverso da quello dell’olfatto, perché proprio come nel caso del cattivo odore, il cattivo umore affligge anche gli altri.
Tale processo è inconsapevole, e quindi ora, poiché ne conosciamo l’esistenza, possiamo decidere di effettuare scelte diverse, con risultati indubbiamente migliori.

La cinematerapia ha approfondito lo studio di come sia possibile che in presenza di alcune scene che coinvolgono in maniera globale i neuroni specchio, questi si attivino come se fossimo noi stessi a vivere quelle scene. È utile in chiusura citare Vilayanur S. Ramachandran (2004): “I neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il DNA è stato per la biologia”.

 

Bibliografia

Freedberg, D. (2009), Il potere delle immagini. Il mondo delle figure: reazioni e emozioni del pubblico. Einaudi.

Gallese, V. e Guerra, M. (2015), Lo Schermo Empatico. Cinema e Neuroscienze. Raffaello Cortina ed.

Iacoboni, M., (2008), I neuroni a specchio. Come capiamo ciò che fanno gli altri. Milano: Bollati Boringhieri.

Rizzolatti, G., Sinigaglia C., (2006), So quel che fai, Il cervello che agisce e i neuroni specchio. Raffaello Cortina Ed.

Van Schaik, C.P., (2004), Among Orangutans: Red Apes and the Rise of Human Culture. Belknap Press of Harvard University Press.

Vilayanur S. Ramachandran, (2004), Che cosa sappiamo della mente. Milano: Mondadori.

 

(*) apparso sul numero 1/2018 della rivista S.I.A.R.